MASSA CRITICA TORINO / CRITICAL MASS TORINO

Massa critica: una coincidenza, un improvviso incontro di ciclisti in/micro/polverati nel mezzo delle masse automobilistiche cittadine

CICLOSOFIA

Auto capitale? Auto del capitale?

Pena capitale, auto capitale, auto del capitale, fine auto, fine capitale.

Dapprima fu Vittorio Alfieri, astigiano insofferente, a definirla una "caserma". Sì, sotto ardeva un'anima ribelle e scapigliata, ma le costruzioni sopra gli infernotti esibivano la scarsa propensione alle arti di casa Savoia e l'atmosfera della Torino visibile erano mefitiche e poco rassicuranti. I cioccolatai si fabbricavano carrozze per competere con i reali, diventando zimbello secolare; poi si trasformarono in emuli di nuovi sovrani ancor più feroci, travet e barachìn: in un caso non per nulla legato indissolubilmente a "miserie", nell'altro a pasti riscaldati, silenzi e solitudini, dove anche la bici era sofferenza nella nebbia per arrivare al Lingotto o a Mirafiori o alla Spa... e ritorno; tutto per costruire automobili per i nuovi sovrani.
Su quel totem si avvicendarono regimi, lotte, ribellioni esemplari, resistenze, occupazioni... immutabile lei rimase simbolo per tutti di benessere. Eppure nascondeva il veleno nella coda: ci indeboliva ogni giorno con una dose in più.
Una iattura camuffata, loro direbbero "truccata", da benessere: turni bestiali, alienazione, sfruttamento, umiliazioni e... almeno prima si andava in bici a costruire le auto per gli altri, il tragitto ripagava in parte; poi gli altri non bastavano più a creare il mercato di cui il liberismo, ancora non neo, aveva bisogno, e così diventammo schiavi di noi stessi, del desiderio indotto dalle alte gerarchie della nuova caserma, della 600, nuova carrozza da cioccolataio, da riempire di broda per far ridere gli sceicchi post-68. Per colmo di sfiga usavano la scatoletta per andare ad applaudire a comando la squadra del padrone, con una casacca a strisce, da carcerati, per ribadire la vocazione dell'auto e delle sue vestali, con i sacerdoti in tribuna, riveriti e prepotenti.
Ma adesso, con l'ultimo atto ormai in recita sul palco, le bici stanno lentamente rioccupando la città, dando una spallata a questa tradizione secolare di costrizioni dentro scatolette brutte e puzzolenti.
Ridiventa la città laboratorio di inizio secolo, quando le auto erano entità rare e aliene e Pastrone, altro astigiano mai domo, inventò il cinema nazionale, all'epoca della bici fucina di delinquenti per Lombroso.

Da Superga al Musiné (dal Manzanarre al Reno porta male) un unica città laboratorio... di bici.. Uno schiaffo al traffico che a fine marzo diventa musica di pedivelle e trombe, raggi e ghironde, aprendosi a chi vuole festeggiare la liberazione dalle auto, l'espulsione delle auto, il passaggio da città occupata dall'auto a città salvata... dai bambini? No, dalle bici.

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